Il testo dell'intervento
al convegno "Fantasmi della libertà d'informazione"
svoltosi a Perugia nell'ambito del Batik Film Festival
Fantasmi
della Libertà (d'Informazione)
di Leonardo Brogioni
La fotografia di reportage è quel settore dell'informazione che più di altri
subisce le conseguenze negative di questo sistema mediatico che si è instaurato
nel mondo e con il quale tutti ci troviamo a dover convivere.
Teoricamente al giorno
d'oggi un evento non può definirsi tale senza una sua documentazione visiva.
In via teorica cioè un fatto che non può essere raccontato anche con le immagini
non esiste, non accade.
Da qui la necessità, la richiesta di immagini e dunque anche di fotografie.
E' però anche vero che
oggi un fotografo non può competere con gli strumenti, le tecnologie ed i mezzi
a disposizione della televisione: la quale riesce a coprire tutti gli eventi
con grande velocità e con grande efficacia.
La televisione è diventata
oggi la principale concorrente di quel tipo di fotogiornalismo che vorrebbe
raccontare l'attualità o la cronaca.
Un fotoreporter che oggi volesse informare con immagini di attualità si trova
costretto ad usare tecnologie all'avanguardia con il principale scopo di
far arrivare le sue foto almeno contemporaneamente alle immagini della televisione.
Altrimenti rischia l'invecchiamento delle sue immagini e di conseguenza una
mancata vendita ed una perdita economica.
I fotoreporter di agenzie di stampa internazionali - quali la Associated Press
o la Reuters - utilizzano macchine digitali che eliminano il problema dei tempi
di sviluppo, computer portatili e software in grado di gestire immediatamente
le immagini, software e telefonini satellitari in grado di utilizzare Internet
per spedirle immediatamente.
Ma spesso falliscono. Perché comunque lavorare fotograficamente in diretta,
come essi fanno, non garantisce né il successo né la qualità dell'immagine
fotografica.
Dunque da una parte c'è
l'esigenza di avere un'immagine giornalistica, dall'altra quest’immagine
viene spesso fornita dalla televisione.
A che serve il fotogiornalista allora?
Questa la domanda che si sono posti molti fotoreporter.
I più pessimisti hanno risposto che il fotogiornalismo era morto, i più
ottimisti hanno capito che si imponeva un cambiamento nel proprio lavoro.
E che questo cambiamento doveva andare oltre quanto proposto dalla televisione.
La maggioranza dei fotoreporter
devono oggi offrire al pubblico degli approfondimenti.
Il fotogiornalismo contemporaneo è approfondimento.
Tutte le fotografie degne di nota oggi sono un approfondimento di quanto già
passato, visto e stravisto in televisione: un approfondimento visivo e/o di
contenuti.
La televisione è la grande concorrente, la grande nemica, del fotogiornalismo,
ma paradossalmente proprio per questo è anche il suo punto di riferimento.
Il fotogiornalismo di informazione inizia dove finisce la televisione.
Questo però non ha risolto
certo i problemi, anzi, li ha fatti venire a galla.
Perchè si è creata una contraddizione, anzi un posto di blocco.
L'approfondimento fotogiornalistico si è scontrato con le richieste dell'editoria,
principale referente dei reportage fotografici, un'editoria che si adegua e
si allinea alla propaganda e alla superficialità della televisione, scimmiottandone
i contenuti anzichè trovare spazi e temi alternativi.
Ed è qui che l’approfondimento viene filtrato attraverso imbuti redazionali:
agenzie, photo editor, direttori, direttori editoriali, referenti politici scremano
la produzione fotografica dividendola in due gruppi: il primo, che approfondisce
autonomamente con lo scopo di fornire strumenti adatti alla comprensione di
eventi o situazioni, viene messo in secondo piano, accantonato per privilegiare
il secondo quella di chi si allinea alle richieste superficiali e propagandistiche
dei media (paparazzi, calendari, ritratti di personaggi proposti come modelli
di comportamento)
Ma perchè succede questo?
A quale scopo si privilegia la propaganda tanto da farla sfociare nella censura.
E soprattutto come succede?
Cerchiamo di capirlo partendo dai giorni nostri, dagli eventi più recenti.
Uso delle citazioni (è inutile che sprechi energie per dire cose che altri più
illustri di me hanno già espresso in maniera migliore).
Dopo l’attentato
alle Twins Towers, Saul Bellow – scrittore statunitense, premio Nobel
per la letteratura – in un’intervista rilasciata al Corriere della
Sera e pubblicata il 13/09/2001, ha detto
“Credo che gli americani debbano iniziare a pensare più seriamente alla
propria posizione e al proprio ruolo nel mondo. Gli Stati Uniti sono un enorme
Paese dei Balocchi abitato da bambini viziati che si illudono di poter continuare
a giocare per sempre. Più del terrorismo, il vero pericolo per la nostra società
e democrazia, oggi, è rappresentato da questa apatia e qualunquismo generalizzati.
La superpotenza è reduce da uno dei periodi più lucidi ed economicamente prosperi
della sua storia; ostaggio di un materialismo senza precedenti. Quest'orgia
consumistica l'ha portata a focalizzare tutte le energie sull'acquisizione di
beni di consumo, disinteressandosi della condizione e dei problemi reali del
paese. L'americano oggi vive per comprare, usare e gettare via perché questo
è l'obiettivo esistenziale fissato per lui dalla società. Ma una civiltà non
può crescere e prosperare su fondamenta del genere. (…) L'evoluzione storica
della nostra nazione ha fatto sì che una minoranza davvero esigua si interessi
di problemi reali piuttosto che di quisquilie. In questo Paese dei Balocchi
non c'è posto per sogni irrealizzabili. (…) Ciò ha creato nella gente
un senso illusorio di immortalità e privilegio, distorcendone contemporaneamente
le priorità. (…) Spero che il tono generale nel Paese si faccia più serio,
dopo questa catastrofe, inducendo la gente ad interessarsi dei problemi reali.
L'America finge di discutere di politica, cultura e temi sociali, ma in realtà
non fa altro che riempirsi la bocca di parole vuote e senza senso. (…)
Nell'immaginario collettivo la catastrofe sta prendendo già i connotati di un
kolossal hollywoodiano e viene vissuta come un film, estremo, eccessivo e violento,
ma pur sempre irreale. I giornali oggi usano paralleli tratti dalla cinematografia
recente per descrivere gli attentati.”
Sono i concetti di cancellazione
della realtà ed infantilizzazione del pubblico espressi chiaramente anche da
Susan Sontag, che in un articolo apparso sul quotidiano la Repubblica del 17/09/2001
ha scritto:
"A un'americana, e newyorkese, come me, triste e sgomenta, l'America non è mai
apparsa così lontana dal riconoscere la realtà come quando si è trovata di fronte
alla mostruosa dose di realtà di martedì 11 Settembre 2001. La sconnessione
tra quel che è successo e i possibili modi di comprenderlo, da un lato, e le
sciocchezze ipocrite, le falsità belle e buone che, dall'altro, vengono
spacciate in America da quasi tutti i politici e i commentatori televisivi è
allarmante, deprimente. Sembra che le voci autorizzate a seguire un evento di
tale portata si siano coalizzate in una campagna mirata ad infantilizzare il
pubblico.(...)
L'unanimità dell'untuosa retorica di cancellazione della realtà che quasi tutti
i politici e i commentatori americani hanno profuso in questi ultimi giorni
sembra indegna di una democrazia matura.
I leader e gli aspiranti leader americani ci hanno fatto capire che considerano
il proprio compito pubblico un compito di manipolazione. Di costruzione della
fiducia e di gestione del dolore. La politica, la politica di una democrazia
- che comporta il disaccordo, che promuove la sincerità - è stata sostituita
dalla psicoterapia.
Certo, piangiamo tutti insieme. Ma cerchiamo di non essere stupidi tutti insieme.
Qualche brandello di consapevolezza storica potrebbe aiutarci a capire cosa
è appena successo e cosa può ancora succedere."
Cancellazione della realtà
ed infantilizzazione del pubblico.
Si mostra la realtà come
un film, si diffonde e si impone l'espressione "sembrava un film" – utilizzata
da tutti i testimoni diretti ed indiretti dell’attentato – che contiene
proprio un inconscio (da parte di alcuni) ed uno studiato (da parte di altri)
tentativo di far apparire la realtà spettacolare, finta, dunque lontana e quindi
cancellata.
Un’operazione ben conosciuta e sfruttata dalla televisione che con programmi
come “Il Grande Fratello”, "Real Tv" e cloni vari fa diventare
spettacolo la realtà, la vita reale.
Ecco dunque che diventa semplice il gioco manipolatorio: se è vero che la realtà
sembra un film a maggior ragione un film può diventare reale.
Cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia.
Basta mettere in atto il procedimento inverso: se la realtà è un film allora
anche un film, anche un qualcosa di inventato, anche un qualcosa di preparato
a tavolino può essere reale, basta la complicità dei principali mezzi di comunicazione,
ormai nelle mani di potenze economiche, religiose o politiche e quindi strumento
di propaganda istituzionale.
Ed ecco che la realtà
viene cancellata e riscritta ad arte per farci credere di vivere nel Paese dei
Balocchi.
E nel Paese dei Balocchi è tutto OK, lo dice la televisione!
Una televisione, un informazione
che occulta la realtà inondandoci di sedicenti notizie, che occulta mostrando,
che cancella la realtà ed infantilizza il pubblico facendolo assistere - per
fare esempi recenti - a spettacoli giornalistici sulla guerra, fatti di chiacchiere,
di cartine geografiche, di immagini che mostrano aerei in partenza o soldati
che si preparano, di mezzi busti che appaiono sui teleschermi improvvisamente
bloccati da fotogrammi immobili a dimostrare la precarietà della situazione
di inviati in cui si trovano, di esperti di ogni genere, di politici: ma la
guerra dov'è? Cos'è? Chi è? Come è? E soprattutto perché è?
Non lo sapremo mai, il loro scopo è quello di rimanere in superficie, di impedire
la comprensione. I conduttori sono lì, in studio e nel nostro schermo, per mantenere
basso il livello della conversazione, dell'analisi.
Perché nessuna informazione
significa nessuna comprensione e nessuna comprensione significa nessuna memoria
e nessuna memoria significa nessuna consapevolezza storica.
E tutto ciò ha un solo nome superficialità. Superficialità creata a tavolino.
Superficialità che è il fondamento dell’ignoranza, quell’ignoranza
che permette una facile manipolazione di un pubblico ormai infantilizzato.
A questo punto la manipolazione
può essere politica (basti pensare a tutti i pregiudizi politici e razziali,
nati da una manipolazione che trova terreno fertile nell'ignoranza) o economica,
commerciale (basti pensare a quei pregiudizi consumistici che identificano
un prodotto come migliore di un altro solo grazie alla messa in onda di spot
che lo pubblicizzano).
E qui il cerchio si chiude: la manipolazione politico-economica ha bisogno della
cancellazione della realtà e dell'infantilizzazione del pubblico per assecondare
gli interessi di coloro che sono i detentori di un potere economico e politico
e che quindi controllano i mass media.
Figuriamoci che ruolo
può avere in tutto questo un fotogiornalista!
In tutto questo meccanismo sta a margine, deve stare a margine.
Il fotogiornalista sta fuori del cerchio.
Il suo lavoro di approfondimento
non viene censurato a parole, non viene denigrato, ma viene boicottato nella
pratica, attraverso una mancata diffusione delle sue immagini.
Il fotogiornalista è un autore.
E’ considerato “pericoloso” perché ha le caratteristiche dell’autore.
Non un semplice operatore
ma una goccia d’anarchia nel mare dell’informazione e come tale
è talvolta utile creativamente al mondo editoriale ma più spesso è soggetto
a boicottaggio perché non controllabile fin dall’inizio della sua prestazione
professionale.
La maggioranza di cameramen
e giornalisti viene scelto ed inserito in un sistema informativo che tende a
controllare il flusso di notizie ma soprattutto a controllare il modo con cui
questo flusso viene esposto, riferito e mostrato al pubblico. In tutte
le fasi di questa divulgazione vi è il massimo controllo.
Il fotogiornalista tende
per natura a sfuggire a questo controllo: teoricamente le sue qualità sono infatti
tanto più sviluppate quanto maggiore è il suo grado o la sua capacità di agire
in piena autonomia, praticamente al giorno d’oggi questa capacità del
fotoreporter non solo non è sfruttata al massimo delle sue potenzialità ma è
addirittura castrata, mutilata, boicottata, perché un fotogiornalista non solo
è un testimone, spesso unico, ma proprio per questo tende anche a prendere posizione
e ad offrire un punto di vista personale.
Difficile poi confutare le immagini di un fotografo che ha trascorso molto tempo
all’interno di un evento mostrandolo in maniera approfondita e puntuale,
difficile contrastare l’opinione di un autore che spesso è il solo ad
aver documentato con sensibilità ed efficacia certe situazioni, mostrandone
la realtà e le conseguenze; molto più semplice è bloccare le sue immagini, impedirne
la divulgazione, fare finta di niente, far passare tutto attraverso un ormai
tristemente diffuso ed assordante silenzio.
In merito vi faccio due
esempi concreti.
Il fotografo Patrick Robert
è riuscito a documentare un episodio sconcertante accaduto in Sierra Leone.
Inviato dall'agenzia Corbis Sygma per documentare la guerra civile che da tempo
affligge il paese, è riuscito a fare molto di più: unendosi ai Kamajors - tribù
di cacciatori locali determinati a lanciare un'offensiva per riprendersi il
controllo di Kidou, capitale della regione controllata con la violenza e la
crudeltà dai ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito - Robert ha vissuto per
sei settimane con questo gruppo di improvvisati guerriglieri fotografando tutte
le fasi della loro missione.
Partiti da un campo profughi in Guinea, a nord della Sierra Leone, i Kamajors
percorrono a piedi il territorio della Sierra Leone stessa. Poco prima di affrontare
fisicamente i ribelli vengono però intercettati da un elicottero dell'ONU la
cui delegazione li dissuade dal proseguire nel loro intento. I Kamajors (spaventati
dall'ufficialità dell'intervento e dai toni aggressivi utilizzati) entrano a
Kidou acclamati dalla popolazione ma sui veicoli della delegazione ONU che prima
li accompagna in quella che si rivelerà essere una finta ed inutile passerella
e successivamente li convince a deporre e consegnare le armi. Intimoriti e comunque
disposti a concedere fiducia ai rappresentanti di un'organizzazione internazionale,
i Kamajors accettano il disarmo unilaterale, ma a quel punto l'inganno viene
alla luce: la delegazione dell'ONU li costringe con la forza a trasferirsi in
un campo profughi nel sud del paese. Partiti da un campo del nord i Kamajors
sono adesso detenuti in un campo del sud, mentre i ribelli del Fronte Rivoluzionario
Unito hanno ripreso il controllo di Kidou e con esso lo sfruttamento delle miniere
di diamanti e della popolazione locale, il tutto con la complicità ed il beneplacito
dell'ONU. Le fotografie di Patrick Robert sembrano fotogrammi di un film che
scorre davanti ai pochi spettatori che hanno potuto vedere le sue immagini
in una sua mostra allestita all'interno del Festival di Fotogiornalismo di Perpignan.
Ogni passo dell'episodio che io ho soltanto raccontato è documentata con una
fotografia. Il reportage di Patrick Robert, nonostante la sua capacità narrativa
e l'importanza giornalistica dell'episodio (che mostra il volto più nascosto,
meno conosciuto e meno irreprensibile dell'ONU) è a tutt'oggi impubblicato.
L'Onu ha vinto il premi Nobel per la pace!
Il secondo esempio è quello
del fotografo americano dell'agenzia Magnum Paul Fusco, che ha deciso di recarsi
a Chernobyl per documentare fotograficamente le conseguenze della catastrofe
nucleare sul corpo umano. Il reportage, realizzato in Russia, Bielorussia
e Ucraina, in tre anni di lavoro, è stato pubblicato solo dalla rivista francese
di settore PHOTO, che comunque lo ha definito "impubblicabile" perché oggetto
di rifiuti ripetuti e costanti da parte della maggioranza delle testate giornalistiche
internazionali. E' infatti un lavoro al limite del sopportabile perché mostra
i corpi di bambini deformati da malattie incurabili, talvolta sconosciute
dalla scienza e ai limiti della realtà. I grandi pericoli del nucleare vengono
mostrati in maniera inconfutabile, ma i grandi investimenti delle super potenze
occidentali in questo settore dell'energia hanno impedito a queste fotografie
la diffusione che meritano.
Oggi tutto sembra teso
a difendere questo Paese dei Balocchi i cui ci hanno fatto credere di abitare.
Tutto è manipolato per farci pensare che questo Paese dei Balocchi è qualcosa
che dobbiamo difendere, anche con le bombe.
Tutto è costruito per non farci sapere cosa sta dietro, cosa sta oltre, cosa
sta alla base di questo Paese dei Balocchi.
Tutto è fatto per non farci capire, per farci ragionare come bambini che litigano
per il possesso di un balocco.
Difendere il paese dei
balocchi significa difendere un privilegio.
Significa impedire che altre persone possano vivere in un Paese dei Balocchi.
Impedire che altre persone possano vivere in un paese.
Addirittura impedire che altre persone possano vivere
Difendere il paese dei balocchi significa anche difendersi da quel fotografo
che mostra le contraddizioni di questo privilegio, che mostra le difficoltà
di accesso a questo privilegio, che mostra il dramma e lo sfruttamento di quei
popoli che questo privilegio non potranno e non dovranno mai vedere.
Un fotografo che magari vorrebbe mostrare da chi è fabbricato questo balocco,
quanto viene pagato chi lo costruisce, che danni ambientali ha provocato la
sua fabbricazione, che conseguenze sociali provoca, chi e quanto guadagna dalla
sua realizzazione.
Un fotogiornalista è una mina vagante in questo processo di costruzione dell'irreale:
bisogna difendersi da lui, disinnescarlo.
La situazione dei fotogiornalisti
mi fa venire in mente una barzelletta diffusa via e-mail e che è giunta anche
alla mia casella di posta elettronica.
"Sono usciti i risultati
di un sondaggio effettuato dall'ONU.
La domanda dell'indagine statistica era:
"Per piacere, dica onestamente e sinceramente qual è la sua opinione sul problema
della scarsità di alimenti nel resto del mondo."
Il risultato è stato deludente, perchè :
- gli europei non hanno capito quale fosse "il problema"
- gli inglesi ed i francesi non hanno capito cosa fosse "la scarsità"
- gli africani non sapevano cosa fossero gli "alimenti"
- gli americani hanno chiesto il significato di "resto del mondo"
- i cinesi, straniti, hanno chiesto maggiori delucidazioni sul significato di
"opinione"
- nel parlamento italiano, si sta ancora discutendo su cosa si intenda per "onestamente
e sinceramente"
Che cosa possiamo raccontare
con le immagini noi fotogiornalisti se da qualsiasi parte del mondo c’è
qualcuno che per un motivo o per l’altro non ha gli strumenti per capire?
Il nostro è un lavoro che viene svolto per vocazione, per passione, per dovere
di informazione e con la speranza di cambiare qualcosa attraverso le nostre
immagini, ma spesso il nostro senso di frustrazione è tale da superare qualsiasi
ottimo risultato professionale abbiamo potuto raggiungere.
Porto un esempio personale.
Nel 1991, al seguito di un'organizzazione non governativa, ho realizzato un
reportage in Romania, all'interno di un orfanotrofio per bambini handicappati,
subnormali ed irrecuperabili. La Romania usciva da un periodo buio, durante
il quale Ceausescu aveva imposto una legge che costringeva ogni famiglia ad
avere minimo cinque figli. In un paese che faticava a sopravvivere questo significò
un aumento spaventoso di bambini abbandonati e la conseguente apertura
di numerosi orfanotrofi. Al loro interno la situazione era drammatica da ogni
punto di vista: alimentare, igienico, sanitario. A Ionaseni, piccola cittadina
al nord del paese, sede di uno di questi orfanotrofi, ho trovato una struttura
il cui degrado era stato mitigato dall'intervento di volontari provenienti da
diversi paesi. Ho realizzato le mie fotografie nella speranza che le condizioni
di vita di questi bambini potessero ancora migliorare grazie ad un'informazione
visiva sulla loro condizione e le immagini furono influenzate da questa speranza,
tanto che risultano essere anche un tentativo di far apparire "normali" dei
ragazzi che non lo erano affatto.
Questa speranza è però caduta quest'anno.
Nel 2001 Jean-Louis Courtinat, fotografo francese, si è recato nello stesso
orfanotrofio di Ionaseni per completare un suo lavoro sui bambini rumeni. La
situazione, che si è potuta vedere nelle sue immagini esposte al Festival Internazionale
di Fotogiornalismo di Perpignan, a dieci anni di distanza dalla realizzazione
del mio lavoro, era peggiorata, e con essa la nostra speranza di fotografi di
riuscire a cambiare, a migliorare qualcosa.
Scrive Jean-Louis Courtinat
nella post fazione al suo libro "Les enfants du diable" che contiene queste
fotografie:
"Essere utile. Non credo di cercare altre cose nel mio mestiere di fotografo.
Non ho mai voluto essere spettatore o testimone, sono sempre stato là dove pensavo
che la mia presenza potesse servire a qualcosa, convinto che le immagini che
riprendo siano al servizio di coloro che mi hanno permesso di farle. La forma
mi importa poco o soltanto per rendere più chiaro il mio proposito, per far
sì che la mano tesa sia ferma ed efficace."
A molti fotogiornalisti
piacerebbe fare ciò che in un passato remoto ha fatto il fotografo Lewis Hine,
il quale grazie alle sue immagini di bambini-lavoratori sfruttati dai primi
passi dell'industrializzazione è riuscito a far promulgare delle leggi contro
il lavoro minorile e per questo viene sempre preso ad esempio di un'epoca ormai
troppo lontana, troppo pura, non guastata da un’informazione che tende
a fagocitare e poi vomitare brandelli residui di notizie a scopo propagandistico.
Scrive ancora Courtinat,
sempre nella postfazione al suo libro "Les enfants du diable":
"Sono partito per la Romania carico di queste intenzioni. Ancora una volta volevo
condividere, comprendere, testimoniare. Per la prima volta ho incontrato i limiti
del mio impegno di fotografo. Mi sono trovato di fronte ad una tragedia che
mi ha trafitto. Non servivo a niente. Ho avuto la sensazione di documentare
un dramma assoluto senza sapere esattamente perché lo stavo facendo. Come credere
che potevo fare qualcosa (di poter fare qualcosa) per questi bambini quando
il mondo intero li ha abbandonati? Mi sono spesso domandato quale fosse il ruolo
di un fotografo in questo orrore organizzato. Impossibilitato - impotente nel
- a dare la benchè minima risposta, sono rimasto dunque per finire questo lavoro,
senza dubbio perché abbandonare sarebbe stata una tragedia ancora maggiore."
Scopo della maggioranza
dei fotoreporter veri sarebbe quello di informare attraverso le immagini e non
di fare qualsiasi tipo di propaganda.
Questo sembra oggi un’utopia:
Ci viene oggi impedito
di realizzare immagini: dobbiamo sottostare ad una doppia censura, quella dell'Occidente
e quella dei Talebani, quella della polizia e quella dei Black-Block, quella
dell'Occidente e quella Serbia, due tipi diversi di censura, una più grezza
e brutale, l’altra più raffinata e subdola. Ma è innegabile che esistano
tutte e due e che con esse si debbano fare i conti, economici e psicologici.
Se comunque riusciamo a scattare le foto, ne viene impedita la diffusione,
e ci viene impedito di guadagnarci qualcosa.
Certo talvolta il problema sta al nostro interno, all’interno di un settore
professionale dove sta crescendo il numero di coloro che si sono rassegnati
- o meglio che vengono spinti alla rassegnazione - e che non si pongono nemmeno
il problema di riuscire a fare informazione, ma solo quello di guadagnare più
soldi possibile.
Ecco dunque diffondersi – anche sui media e quindi nell’immaginario
collettivo – la figura del fotogiornalista visto come un paparazzo miliardario
e scavezzacollo o, bene che vada, come un ritrattista beato tra culi e tette
che spuntano dai calendari. Mentre colui che passa due mesi in Cecenia viene
considerato un pazzo suicida. Chi glielo fa fare di rischiare la vita per quelle
poche lire che potrebbe tranquillamente guadagnare fotografando la moglie di
Milingo in piazza San Pietro?
Chi ce lo fa fare: la
voglia di informare, la voglia di superare un'informazione blindata, l'esigenza
di dare strumenti per capire, la voglia di cambiare qualcosa.
Come dice Courtinat: abbandonare sarebbe una tragedia ancora maggiore.
Oggi ci è permesso vedere
ciò che è successo quaranta o cinquanta anni fa. CIA e FBI attraverso periodiche
dichiarazioni o grazie ad inchieste giudiziarie ci rivelano le loro stesse aberranti
operazioni portate a termine 40 anni fa in tale o talaltro paese dove il pericolo
comunista o la minaccia al capitalismo potevano causare scompensi al disequilibrio
socio-economico mondiale. L'anno prossimo ci faranno conoscere crimini commessi
39 anni fa, tra due anni quelli compiuti 38 anni fa, tra 3 anni quelli commessi
37 anni fa, tra 40 anni sapremo cosa stanno combinando oggi. Spero solo che
il fotografo che sta documentando oggi queste malefatte sia abbastanza giovane
da poter godere tra 40 anni dei benefici della diffusione di queste immagini.
Così come era giovane
Paul Fusco che nel giugno del 1968 seguì il convoglio funebre che lentamente
percorreva il tragitto da New York a Washington D.C. trasportando la salma di
Robert Kennedy dal luogo dell’attentato di cui era rimasto vittima a quello
in cui doveva essere sepolto.
Robert Kennedy poteva diventare presidente degli Usa, ma era colui che diceva:
"Alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono perché. Io sogno cose che non
ci sono mai state e dico perché no". RFK era la speranza del popolo americano,
e perché no anche la nostra, che speravamo in una superpotenza la cui democrazia
non fosse imposta dagli assassini del fratello John.
Dal finestrino del treno Fusco ritrae tutti quegli americani che con la loro
presenza al passaggio del treno hanno offerto la loro partecipazione e la loro
speranza per un mondo che non avrebbero mai visto. E che magari sono ancora
lì a chiedersi "perché no".
Non è un omaggio ad un leader, ma un commovente ricordo di quella gran parte
di popolazione che voleva un’America diversa e più democratica, un omaggio
ad un popolo vittima di un colpo di stato sostituito dalla strategia della tensione,
persone che sicuramente avrebbero lottato contro tutti gli integralismi ed i
fondamentalismi: sicuramente contro il fondamentalismo religioso ma certamente
anche contro il fondamentalismo del denaro, il fondamentalismo del successo,
il fondamentalismo del consumo, il fondamentalismo dell’esibizione, che
oggi pervadono le nostre vite
Quello di Robert Kennedy è stato il funerale di una società, di una popolazione
che poteva e doveva essere diversa da quella in cui la maggior parte di noi
si trova adesso a dover sopravvivere.
Un esempio di come un fotogiornalista possa talvolta togliere dal palcoscenico,
da sotto i riflettori, il volto dei potenti, per restituire visibilità ai piccoli
uomini.
Leonardo Brogioni
Fotografo, docente di fotogiornalismo
presso l'Istituto Europeo di Design
e la John Kaverdash School di Milano
info@leobrogioni.it