Liberismo di stampa alla riscossa

LOS ANGELES CRIMES

QUARTO POTERE … QUINTO GODERE

di Leonardo Brogioni

Continua la disorientante soap opera a puntate sul magico mondo della disinformazione. Dopo la scomparsa degli articoli sul polveroso e fin troppo stupefacente ambiente della moda ecco un altro esclusivo gioco di prestigio: nientepopòdimenochè il Los Angeles Times trasforma il suo autorevole settimanale illustrato domenicale in inserto promozionale!

Grazie infatti ai poteri medianici e mediatici della nuova editrice-illusionista-amministratrice-prestigiatrice Kathryn Downing, le pubblicità vengono prima mascherate e poi tramutate in articoli per reclamizzare la catena di supercartolerie "Staples".

Un susseguirsi di effetti speciali ed un alternarsi di colpi di scena che portano alle lacrime l'incredulo lettore, disperatamente emozionato di fronte all'avvento della più clamorosa marchetta che la storia del giornalismo abbia mai conosciuto.

Oh qui si parla del Los Angeles Times, ragazzi! Il quotidiano con la Q, la L, la A e la T maiuscole!

Ma mai maiuscole come l'esibizione che ha saputo regalarci l'intero suo staff: un'interpretazione kolossale, degna della sceneggiatura di una superproduzione cinematografica della vicina Hollywood.

Durante una delle sue ormai proverbiali performance, Kathy Downing, nuova amministratrice-editrice della Los Angeles Times (Magic Illusions Inc. Ltd. & Co.), introduce a sorpresa nel suo cilindro a rotative articoli sul grande sviluppo della vendita di stilografiche "Staples", sondaggi sull'uso delle graffette "Staples", inchieste sui quaderni che vanno per la maggiore (quelli di "Staples", che vi credevate) ed editoriali (ma guarda un po'!) sull'apertura della nuova catena di cartolerie "Staples".

Parole magiche ai suoi giornalisti-redattori, una mescolata alla grafica, qualche colpo di bacchetta ai tipografi… et voilà … sparisce l'indipendenza dei media nei confronti della pubblicità e come per incanto esce fuori dal magico cappello un fantastico settimanale illustrato.

Spacciare per informazione quella che in realtà è pubblicità sembra essere diventato un classico dell'illusionismo editoriale, un numero di alta scuola che anche alla maga con l'hobby dell'editoria riesce con successo, tanto che la pseudo rivista, o catalogo se preferite, esce perfino in edicola.

Ed è allora, quando finalmente la leggono, che alcuni dei suoi stessi redattori gridano allo scandalo e affermano di aver capito il trucco.

Scaltrezza, intuito e tempismo da reporter!

D'altra parte il Los Angeles Times è fatto da 300 giornalisti, tra cui si celano 23 premi Pulitzer, mica gente che scrive articoli a caso sui primi cartolai che capitano!

Insomma, picchia e mena, chiedi e pensa, salta fuori dal doppio fondo del cilindro un compenso di 300.000$ pagati dal prestigioso cartolaio matto all'incauta prestigiatrice per dare vita al prestigiosissimo allegato.

300.000$? Ma son solo 600 milioni di lire! Direte voi. E che c'entra: se vostra moglie torna a casa dicendo "caro oggi mi son fatta sbattere in ufficio ma non ho chiesto una lira, eh!" sempre mignotta è, anzi pure un po' zoccola. Lo avesse almeno fatto per rimpinguare il bilancio familiare! E così è stato in quel di elei (LA… Los Angeles! …siete de' coccio, eh!): il mitico quotidiano fattura 2000 miliardi di lire all'anno, l'80% dei quali derivano da pubblicità e il restante 20% dalle vendite, eppure la generosa Kathy s'è messa a fare una marchetta. Da quattro soldi ma pur sempre una marchetta!

Zoccola nell'anima! Su questo non ci piove. Ma c'è di più…infatti è a questo punto della storia che si scatena lo scontato ma imprevedibile putiferio!

Il direttore del Los Angeles Times Michael Parks si agita dicendo che non ha capito cosa è successo e che quindi lui non c'entra.

Tutti i giornalisti del Los Angeles Times dicono che loro invece adesso hanno capito ("siamo premi Pulitzer, mica scemi!") e che quindi anche il direttore può farcela e che poi lui c'entra proprio perché non ha capito e che quindi non faccia il furbo ("come noi che siamo Pulitzer!").

Il direttore Michael Parks allora si agita dicendo che sì, che adesso ha capito, ma che non s'era accorto di niente ("oh, io sono il direttore, c'ho da fare!").

Anche i giornalisti sostengono, pensandoci bene, di non essersi accorti di ciò che hanno scritto ("ma mica possiamo rileggere i nostri articoli: siamo premi Pulitzer!").

Il direttore Michael Parks si agita aggiungendo di aver sempre fatto caso al prestigio ma non al gioco, che per lui era troppo veloce e assai meno interessante.

I più furbi tra i giornalisti sospettano arditamente che una puttana camuffata da strega camuffata da editrice (probabilmente di nome Kathy o qualcosa di simile) abbia approfittato della loro incapacità di intendere e di volere, e ne chiedono la testa (che in redazione fa sempre comodo, chè così si unisce l'utile al dilettevole), e comunque protestano perchè non si trattano così dei premi Pulitzer.

A questo punto il direttore Michael Parks si agita perchè vuole il premio Pulitzer ("e che cazzo! Che devo essere l'unico coglione che non ce l'ha!").

Due (2!) mesi dopo (quando si dice "stare sulla notizia"!) il padre di tutti i Pulitzer, il (scusate la parola) giornalista David Shaw, si accorge che effettivamente, forse, magari, probabilmente è successo qualcosa di strano e scrive un articolo sulla vicenda, riuscendo a riempire ben 14 pagine del giornale. E lavandosene accuratamente le mani (lui, Pulitzer e tutti i premi) attribuisce l'intera colpa del caso alla prestigia-editrice e all'ormai cieco direttore .

Quest'ultimo, Michael Parks, si agita commentando: "chissenefrega! Intanto anche oggi ho fatto il giornale, e con un articolo che parla di me: è tutto un gioco, è tutto di prestigio."

La Kathy, medium dei media colta da lancinanti sensi di colpa, si scusa pubblicamente arrivando a voltare le spalle agli ingenui spettatori per celare le sue lacrime di vergogna. Un atto di dolore e pentimento che rende il finale assolutamente commovente.

Ma in realtà la mercenaria del quarto potere sta piangendo di gioia e godendo come una maiala (qual è): non tanto per i pochi spiccioli di Staples (lei lo avrebbe fatto anche per passione) quanto per la pubblicità neanche troppo gratuita che tutto questo blaterare ha portato al giornale e al suo ormai celebre sponsor. Insomma un successo!

Adesso tutti conoscono le cartolerie di Staples, tutti sanno quanto sia prestigioso il Los Angeles Times e tutti possono uscire soddisfatti da uno spettacolo toccante che la protagonista principale Kathy Downing, la sua spalla Michael Parks nonchè le numerose ed abili comparse hanno saputo spingere ad altissimi livelli di tensione, emozione e coinvolgimento.

Ancora una volta il mondo dell'editoria si dimostra la più grande fucina di talenti nell'arte dell'illusionismo.

Il numero della scomparsa della libertà di stampa sembra andare per la maggiore e l'apparizione del liberismo di stampa riscuote sempre più unanimi consensi.

Di pubblico e di critica.

Bravi tutti!