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17 settembre 2006

Continueremo a chiamarla televisione?

Dalla newsletter Innovazione e Media (Buongiorno.it) a cura dell'Istituto per lo Studio dell’Innovazione nei Media e per la Multimedialità , ricevo e pubblico


Continueremo a chiamarla televisione?
di Enrico Menduni

Ci siamo così abituati a considerare la televisione un sistema potente, ma fisso e statico, che nemmeno ci accorgiamo di quanto stia cambiando non solo nelle previsioni ma, è il caso di dirlo, davanti ai nostri occhi.
Giornalisti, politici, opinion leader pensano alla televisione come qualcosa di familiare, un elettrodomestico da salotto davanti a cui consumare la cena lottando con gli altri membri per il possesso del telecomando e il godimento della soap opera preferita, fra giochi, giochini e telefonate, finti dolori e ragazze sorridenti. Forse era così negli anni Ottanta e in parte degli anni Novanta, ma i numeri ci dicono che questo non più così obbligatorio.
Calcolando in 22 milioni i luoghi effettivi in cui si consuma televisione, più di un quarto accede a forme di televisione innovativa. 3,5 milioni alla tv satellitare prevalentemente pay, 4 milioni e più sul digitale terrestre, forse 1 milione su cavo a larga banda: scremando le sovrapposizioni tra i dati e moderando l’ottimismo dei comunicati stampa, significa che un quarto della popolazione accede a forme di televisione non generalista e, soprattutto, che si è già dimostrata desiderosa di pagare dei soldi per questo, creando una nuova catena del valore.
In Italia nel 2006 tali proventi supereranno l’ammontare del canone Rai, in Europa la risorsa pubblicitaria televisiva. La televisione generalista è ancora maggioritaria, ma non esprime più lo spirito del tempo, se non quando riesce a creare un “effetto piazza” trasmettendo in diretta grandi eventi, dando notizie, raccogliendo gli italiani attorno a pochi appuntamenti
condivisi e corali.
La famiglia sul divano non c’è più, o solo in quelle grandi occasioni che abbiamo definito “effetto piazza”. Se la media degli apparecchi televisivi è 2,2 per famiglia, ciò significa che non c’è lotta per il telecomando: basta spostarsi ciascuno in camera propria e vedersi il programma sul proprio televisore o magari sul PC. E questo già oggi, prima che un EPG (Electronic Program Guide) presente nel set top box registri per noi il programma preferito, da noi scelto, o automaticamente la seconda puntata dello special che abbiamo visto ieri sera. Nelle famiglie (allargate, di fatto, single, di fuori sede coabitanti, e quant’altro) il pranzo e spesso anche la cena
avvengono sempre più prelevando dal frigo le proprie cose, scaldandole se necessario al microonde o sul fornello, e poi ritirandosi con salse e bottigliette, tovaglioli e posate, nell’intimità della propria stanza-caverna.
Se la televisione sui telefonini dovesse sfondare, tutte queste considerazioni diventerebbero archeologiche perché la gente consumerebbe tv nei parchi, sugli autobus, a scuola, ovunque. Naturalmente il display è molto piccolo, i costi alti, i formati dovranno adeguarsi ad una brevità
oggi praticata solo nel videoclip e nella pubblicità, ma lo faranno.
Infine, e in controtendenza, si afferma anche una visione collettivistica della tv. Siamo così abituati a pensarla declinata in famiglia, o al massimo da soli, siamo così lontani dai tempi eroici ma poveri della visita ai vicini per vedere “Lascia o Raddoppia?”, che non ci siamo nemmeno accorti che almeno 20.000 locali pubblici offrono in Italia le partite di Sky, o del digitale terrestre, e anche i film; la televisione diventa così un rituale collettivo, mediato da uno schermo sempre più grande; una forma di partecipazione non scomposta nei centomila focolari televisivi.
Continueremo a chiamarla televisione? Sì, anche se ormai è una cosa così diversa da se stessa.

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|| Leo Brogioni, 23:11

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