LeoBrogioni blog

fotografia, fotogiornalismo, giornalismo, mass media

15 giugno 2007

In risposta a "Reportage e senso della fotografia"

Pubblico un commento ai pezzi "Reportage e senso della fotografia" di Maurizio G. De Bonis su Cultframe e alla seguente risposta "Che cos'è mai il reportage" di Rosa Maria Puglisi su Lo Specchio Incerto. Senza aver letto le loro riflessioni è inutile andare avanti nella lettura. Fate questo sforzo.



Le riflessioni di Maurizio G. De Bonis e di Rosa Maria Puglisi partono dall'idea che il fotogiornalismo sia una forma d'arte: ma forse troppo spesso ci dimentichiamo di collocare questo genere fotografico nell'ambito che gli appartiene, ovvero nel giornalismo.

Un settore dove quello che conta principalmente non è solo la descrizione/documentazione di un evento, ma soprattutto il suo volerlo e doverlo spiegare ai lettori in modo da dare a questi ultimi gli strumenti e le informazioni necessarie per esercitare i propri diritti democratici.

Il senso delle immagini di fotogiornalismo sta tutto nella loro utilizzazione, cioè nel fatto che il loro canale di diffusione è il giornale o la rivista. Nulla di più.

Nel momento in cui si organizza una mostra si svincola l'immagine giornalistica dalla sua funzione prioritaria e naturale per porla in un altro ambito, che - gli appartenga o meno - non è il fotografo ad aver stabilito, ma chi ha gli strumenti culturali, organizzativi ed economici per farlo.

Se un'immagine giornalistica diventa opera d'arte è perchè lo hanno deciso il tempo e la storia (facendola diventare un'icona, degna di entrare a far parte di qualche collezione pubblica o privata, dopo averne legato il valore estetico a quello documentativo).

Ma tutto questo è cosa a parte dal giornalismo ed è cosa a parte dall'intento primario di chi quella foto ha realizzato.

Mi è sembrato opportuno sottolineare questa differenza.

Ed è chiaro perciò che parlare di "retorica del fotoreportage" significa dare per scontato che un fotogiornalista lavori per realizzare opere d'arte quando è impossibile che lo faccia perchè non sarà lui a decidere se le sue immagini possano esserlo.

D'altro canto nel pezzo di De Bonis leggo anche la “perfettamente confutabile frase” (uso questi termini in polemica con Rosa Maria Puglisi) "L’azione del fotografo è sempre e comunque parziale, dunque non in grado di raccontare la realtà ma solo di sezionarla e di riproporla in un quadro espressivo che attiene a una poetica individuale e non alla raffigurazione oggettiva degli eventi."

Ma non è proprio questo ciò che ci aspettiamo da un giornalista? Non è proprio questo ciò che andiamo a cercare su riviste e quotidiani da parte di giornalisti di penna, quando leggiamo i loro editoriali? E poi: chi è che decide cosa è oggettivo e cosa non lo è?

Quando leggiamo corrispondenze o articoli sempre apprezziamo chi "non è in grado di raccontare la realtà ma solo di sezionarla e di riproporla in un quadro espressivo che attiene a una poetica individuale e non alla raffigurazione oggettiva degli eventi".

E' la sensazione, l'opinione, l'emozione di chi sta sul campo a destare il nostro interesse ed a permetterci di capire qualcosa di quello che sta succedendo. Probabilmente costringendoci a leggere diversi corrispondenti o inviati, a fare una media di sensazioni, opinioni, emozioni che solo chi ha visto e vissuto può restituirci. Ed è anche questa libera varietà che ci accresce culturalmente e politicamente.

Per questo mi trovo in disaccordo anche con l'opinione di Fulvio (commento su Lo Specchio Incerto) che mette in dubbio la necessità di far sì che siano delle persone esterne ai fatti a “riportare” delle “icone fotografiche” e a far questo per “professione”. E' proprio l'indipendenza dei vari giornalisti professionisti inviati sul campo a garantire un'informazione degna di questo nome: dovrei venire a sapere cosa succede in Palestina grazie ad un militante di Hamas? O da un sostenitore di Fatah? In ogni caso sarei ben lontano dal venire a sapere come stanno effettivamente le cose. Leggerei e vedrei propaganda, invece di avere spiegazioni e strumenti di comprensione, che un giornalista, pur schierato, riuscirebbe a farmi avere grazie anche alla sua neutralità territoriale. Quello che è successo la scorsa estate in Libano, quando stringer locali sono arrivati a manipolare delle immagini per dare una versione distorta della realtà, ne è la prova.

Mi sembra una visione qualunquista anche la frase conclusiva di De Bonis: “siamo certi che il mondo del fotoreportage contemporaneo non sia vittima di un fuorviante protagonismo e non si limiti a essere la manifestazione della superficialità di fotografi che vogliono semplicemente dimostrare quanto siano coraggiosi e abili a districarsi in situazioni difficili, dunque stimabili?

Ancora una volta mi tocca chiedere: perchè prendersela sempre con i fotografi, che lavorano principalmente per soddisfare richieste editoriali? Il fotogiornalismo contiene anche delle componenti commerciali (oltre a quelle giornalistiche) che mi costringono a ricordare che dietro ai fotografi (meglio dire: sopra i fotografi) ci sono sempre delle aziende che vivono di pubblicità, e quindi ci sono delle dinamiche editoriali delle quali i fotografi sono vittime.

Ma ancora e soprattutto: da fotografo, vi garantisco che esistono metodi molto ma molto più semplici, efficaci e remunerativi per dare sfogo al proprio esibizionismo o protagonismo.

Se vogliamo dire che il fotogiornalismo è in crisi creativa diciamolo, ma facciamo riferimento alla sua componente giornalistica e alla “retorica dei mass media” prima di prendercela con chi rischia di apparire “cornuto e mazziato”.

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|| Leo Brogioni, 18:19

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