Ecco un mio commento al post "E li chiamano motion" pubblicato sul blog Fotografia: parliamone! di Sandro Iovine. Lo so che vi chiedo il solito sforzo, ma sarebbe meglio leggerlo prima di proseguire.
Caro Sandro
chi scrive è un convinto sostenitore del fotogiornalismo multimediale: ritengo infatti che molti audiovisivi giornalistici siano un modo per fare buona informazione e un ottimo modo per interessare alle tematiche di attualità chi solitamente ne sta alla larga. Insomma, con questi prodotti si abbinano informazione e divulgazione, il tutto - a mio modestissimo parere - valorizzando l'immagine fotografica e riportandola ad una popolarità che sembrava perduta.
Il paragone che fai con le multivisioni realizzate con diaproiettori ha un suo senso storico, ma bisogna anche aggiungere che gli attuali audiovisivi, pensati e realizzati per il web, hanno una facilità di realizzazione, di diffusione e di fruizione che le classiche multivisioni in diapositiva certo non potevano e non possono permettersi. Questo non è un aspetto da sottovalutare: perchè proprio tali facilità hanno consentito a operatori dell'informazione di proporre contenuti giornalisticamente validi e approfonditi, e ai lettori di vedere ascoltare e conoscere argomenti interessanti se non inediti.
Certo occorre parlare anche degli aspetti più commerciali di tale settore: da tempo i quotidiani statunitensi hanno capito che il multimedia attira lettori (che passano dal sito al giornale cartaceo) e quindi inserzionisti (idem e viceversa), tanto da investire sempre di più sui contenuti online e da tagliare gli investimenti nel giornale su carta.
Prova ne sono
alcune recenti decisioni del Washington Post in questa direzione, le dichiarazioni del direttore del NYT
Sulzberger in una sua recente intervista e le considerazioni di Vittorio Sabadin sul suo libro
"L'ultima copia del new York Times".
Aggiungo, con soddisfazione e fregandomi le mani, che gli audiovisivi in campo fotogiornalistico sono anche una rivincita dei fotografi free lance ma soprattutto dei fotografi di staff (interni al giornale, assunti: figura sconosciuta ai quotidiani italiani!) nei confronti delle grandi agenzie fotografiche, le quali sembrano arrancare di fronte a nuove proposte e nuovi investimenti provenienti dalle redazioni.
Quindi più che prestare attenzione a Magnum in Motion (sito che ritengo tra i meno significativi del panorama multimediale, perchè impostato su logiche promozionali che privilegiano l'autore sull'evento, la pubblicità sull'informazione), occorrerebbe visitare le sezioni Multimedia di
New York Times e
Washington Post, dare un'occhiata ai vincitori del premio Best of Photojournalism nella sua
sezione Web Sites (concorso organizzato dalla National Press Photographers Association), farsi un giro su
Interactive Narratives e
Photography Channel e infine guardare
il lavoro di Ed Kashi sul Kurdistan (questo sì, potrebbe aprire un dibattito sulle similitudini tra linguaggio fotografico multimediale e linguaggio cinematografico, che qui non ho tempo, spazio e voglia per iniziare) o
l'operazione Territoires de Fiction ampiamente diffusa da Le Monde o il bellissimo sito
Chiloè Stories (anch'esso vincitore di un riconoscimento al premio Best of Photojournalism).
Poi magari ne possiamo riparlare. Cari saluti.
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