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Jean-François Leroy, director and founder of the annual Visa Pour l'Image photojournalism festival, has made an outspoken attack on contemporary photojournalists, describing them as talentless and unimaginative.
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Grazie a un accordo pluriennale tra Lulu.com e Getty Images, a partire dalla prossima estate, autori, creatori e aziende, potranno avere accesso a una parte della collezione "Getty Images royalty-free" per arricchire i propri lavori originali, proteggendo e ricompensando i proprietari dei diritti. Questa alleanza permetterà ai creatori di utilizzare strumenti che, in precedenza, erano accessibili solo dalle aziende e dalle case editrici.
Le collezioni che Getty Images renderà disponibili spazieranno dal business al mondo della scuola, dalla salute alla natura e i viaggi. Nuovi contenuti verranno aggiunti con periodicità, per assicurare ai creatori di Lulu.com una galleria di immagini sempre aggiornata. Tutte le immagini sono disponibili con una licenza flessibile "royalty free". Ogni volta che verrà acquistato, tramite il mercato di Lulu.com, un prodotto contenente un'immagine della collezione, il costo di utilizzo dell'immagine stessa verrà incluso nel prezzo di vendita del prodotto e quindi pagato dall'acquirente.
"I creatori di qualsiasi genere, dalle società agli autori, dagli hobbysti alle associazioni no-profit, sono alla ricerca di immagini ad alta qualità da aggiungere ai propri lavori, siano essi manuali tecnici, romanzi, album fotografici o calendari - ha dichiarato Bob Young, CEO di Lulu.com -. L'accordo con Getty Images permetterà a tutti i creatori di Lulu, non solo di avere accesso a questi contenuti, ma anche di utilizzarli per rendere le proprie creazioni maggiormente commerciabili".
I prodotti disponibili su Lulu comprenderanno galleria di copertine, funzionalità di composizione tipografica per inserire le immagini all'interno dei libri, dei libri fotografici e dei calendari.
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Da giugno nuovo titolo per pc. Subito un gioco onlineNei panni di un apprendista segugio di vip ci si sottopone alle 115 prove proposte dal maestro Fernando
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La Vie Numérique | Photographe de presse, un métier en mutation La Vie Numérique - Il y a 18 heures Un passage qui paraît primordial dans le pays berceau du photojournalisme, ou les plus grandes agences photo ont côtoyé les meilleurs reporters. ... Un 19e Visa du photojournalisme contre "la peoplisation de l ... Novopress 2 autres articles |
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There's something about this Baghdad is 'too dangerous for Western journalists' that's been bothering me through most of the day. Andrew at WordBlog quotes Terry McCarthy, ABC's Baghdad correspondent, speaking about two of his Iraqi colleagues who had been killed:
They are really our eyes and ears in Iraq. Many places in Baghdad are just too dangerous for foreigners to go now, so we have Iraqi camera crews who very bravely go out. Without them, we are blind. We cannot see what's going on.
Baghdad isn't only too dangerous for foreign reporters. Andrew cites Reporters Without Borders when he points out that of the 21 journalists killed so far this year in Iraq, 20 have Middle Eastern sounding names and one a name which sounds Russian.
Reporters Without Borders reports that at least 177 journalists and media assistants have been killed in Iraq since March 2003. The organization says:
"Iraqi journalists take incalculable risks to continue doing their jobs. The press is being targeted because it now plays a very significant role in the country's reconstruction. Without these brave professionals, Iraq would become a news black hole."
There is something horribly sad and ironic about this. Iraqi journalists are dying in a war unleashed by Western countries, whose journalists can't get out and report because the situation is too dangerous.
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Recentemente mi è capitato di leggere sul sito di Fotografia & Informazione (il cui link forse avrete già notato fra quelli di questo blog) un articolo di Marco Capovilla, docente al master di giornalismo dello Iulm e vicepresidente dell'associazione cui fa capo il sito sopracitato, semplicemente illuminante sulla situazione attuale dell'informazione e che è quasi un appello ai fotogiornalisti.
Questo scritto mette, infatti, pienamente in luce come nell'attualità giornalistica regnino spesso gli eccessi dello "spettacolo dell'informazione"- per gratificare la nostra fame di notizie eclatanti e, quindi, per soddisfare le esigenze del mercato editoriale - giungendo ai limiti dell'impostura, e potendo sempre contare su immagini ad hoc, non necessariamente ritoccate nell'aspetto, ma che sicuramente forniscono della realtà un'immagine letteralmente retorica, ovvero "abbellita" ed esasperata grazie alla nota figura retorica della sineddoche, quella per la quale una parte della cosa è scelta, solo una parte per esprimere il tutto (classico esempio: la vela per dire la barca a vela).
Per sua natura, la fotografia non può certo offrirci altro che una parte (della realtà) per il tutto, questo è evidente, e ciò che questo comporta al livello dell'informazione giornalistica, già in passato Capovilla ha avuto modo di segnalarlo (vedi link), supportato da un ancora più agguerrito Marco Vacca, presidente dell'Associazione Giornalisti dell'Immagine e reporter vincitore del World Press Photo '99. Quello che è meno evidente è però l'uso scorretto che si fa di questa peculiarità del mezzo.
Dobbiamo concordare con Marco Vacca quando afferma che: ""La cultura fotogiornalistica non sta nel Dna dei giornali italiani"; e sottolineare che sempre più si fa largo il bisogno di una più larga e capillare diffusione della cultura visuale come strumento essenziale per la comprensione della realtà, altrimenti sempre più confusa e confondibile, proprio in un momento storico in cui molti considerano l'informazione giornalistica e fotogiornalistica come puro vangelo e ad essa si affidano per farsi una (propria?) opinione del mondo.
Ma ecco il link all'articolo, e buone riflessioni!
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Grazie al sito Libertà di stampa e diritto all'informazione, leggo "Giornalismo, drag queens e distribuzioni statistiche" su Fotografia&Informazione. E' un accorato e analitico pezzo nel quale Marco Capovilla analizza l'uso delle fotografie da parte di giornali e siti di informazione nel contesto del recente allarme siccità in Italia.
Confrontando le foto pubblicate con alcune del Po da lui riprese a Cremona e a Piacenza, Marco scopre, purtroppo, l'ovvio: "Ho visto il Po scorrere tranquillo, largo come sempre, carico di acqua, con le rive verdeggianti di pioppeti come sempre, forse con qualche sasso in evidenza in più lungo l'argine, a causa dell'abbassamento effettivamente registrato dalle autorità competenti. Un po' me l'immaginavo, avevo intuito la spropositata visualizzazione che ne avevano dato i media nei giorni precedenti. Ma la differenza di cui sono stato testimone è stata superiore ad ogni aspettativa". Laddove siti e giornali avevano pubblicato (e lui riprende nel suo pezzo) immagini drammatiche di fiumi in secca o addirittura di terra disseccata con tanto di vecchio contadino indiano seminudo.
Marco coglie questa occasione per discutere l'abitudine giornalistica a prendere il dettaglio, il particolare più sconcertante - magari vero - e farne parabola del tutto. A soffermarsi, come sottolinea giustamente, su eventi, avvenimenti, immagini che stanno ai margini della curva di "distribuzione statistica". "Si tratta di capire, tornando al vecchio criterio giornalistico, se a forza di cercare uomini che mordono cani non stiamo per caso trasformando, con la nostra professione al servizio dello 'spettacolo dell'informazione', la realtà che pretendiamo di raccontare in una maschera tragicomica, in una parodia, in una grottesca brutta copia alla quale nessuno potrà più credere."
E' un discorso pienamente condivisibile. Cui mi permetto di aggiungere alcune considerazioni.
1) Nell'uso delle fotografie questa tendenza è esaltata dalla virtuale scomparsa sui nostri giornali del giornalismo fotografico. Intendiamoci: i giornali sono pieni di fotografie, ma la fotografia è trattata come una "illustrazione", non come un elemento portante della "cronaca". Se si parla di governo, basta una foto qualunque di Romano Prodi, non necessariamente quella scattata ieri a Palazzo Chigi. Peggio ancora: se si parla di guerra in Iraq, una foto qualsiasi d'archivio andrà benone. Online poi, basta ricercare le immagini su Google. Questo uso "illustrativo" delle foto, è completamente introiettato dalle agenzie che a corredo dei propri servizi trasmettono immagini d'archivio.
2) La tendenza a privilegiare "l'uomo che morde il cane" è strettamente legata al modo di essere dei giornali. Oserei dire della comunicazione in genere. Ma nel caso della stampa italiana si aggiunge quella che io chiamo la "psicologia del più uno", una tendenza generalizzata di direzioni e uffici centrali (almeno negli ultimi 25 anni) a forzare sempre la notizia, a scegliere sempre il dato più eclatante, anche se incerto (chi si ricorda i titoli sui "Ventimila morti alle Torri gemelle", solo perché un ministro italiano aveva aperto bocca nelle ore immediatamente successive al disastro?). Mi ricordo un vecchio caporedattore di notte in un quotidiano degli anni '80 che di fronte a un redattore che gli annunciava che in un disastro aereo i morti erano alla fine meno di quanto strillato in prima edizione in prima pagina, commentava: "Ma così mi smosci tutto!"
3) Una tendenza, sempre del giornalismo italiano, a considerare relativamente secondari i fatti, i dati. A inseguire le "verità di fondo", a chiedersi se una cosa sia "verosimile", più che "vera". Così di fronte all'allarme per la siccità (dando, qui, per scontato che sia un allarme fondato), il giornale non va neppure a cercare la foto del Po in questi giorni, ma se anche la cercasse e la trovasse visivamente in contrasto con la "verità di fondo" del pezzo, sceglierebbe di non pubblicarla. In questo contesto non vale neanche la pena di andare su un ponte di Piacenza e scattare una foto.
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