LeoBrogioni blog

fotografia, fotogiornalismo, giornalismo, mass media

30 giugno 2007

Fotogiornalismo su YouTube

Avevo già segnalato la mia playlist su YouTube che raccoglie filmati o montaggi riguardanti il fotogiornalismo: oggi riesco anche a postarla su queste pagine per una visione immediata. Eccola qui sotto.


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|| Leo Brogioni, 15:46 || link || (0) commenti || ||

29 giugno 2007

L'usura sulle foto

Come già scritto su questo blog (qui e qui), i quotidiani statunitensi stanno investendo sempre di più sul web: hanno infatti capito che offrire prodotti giornalistici progettati e realizzati per il proprio sito consente loro di attirare lettori sul quotidiano cartaceo, attirare inserzionisti grazie alle loro edizioni on line e proporre nuovi modi di informare i cittadini.

I quotidiani italiani stanno sperimentando in questi mesi un atteggiamento simile (certo, privilegiando il video alla fotografia, ma questa è un'altra storia).

Ad esempio il quotidiano La Repubblica ha recentemente pubblicato su carta una bella inchiesta sull'usura in due puntate firmata da Attilio Bolzoni e Francesco Viviano (apparsa il 26 e il 27 Giugno). La mattina in cui è stata pubblicata sul quotidiano cartaceo la prima puntata dell'inchiesta, sul sito RepubblicaTV è stato inserito un video che ne approfondiva i temi e che, come sottinteso dall'articolo scritto, mostrava le riprese effettuate con una telecamera nascosta dai due giornalisti.
In effetti l'operazione ha funzionato perchè sono riusciti a far passare almeno un lettore sul sito: infatti la prima cosa che io ho fatto dopo aver letto l'articolo sul giornale è stata andare a vedere il filmato.

L'approfondimento c'era e pure un'anticipazione di quelli che sarebbero stati i temi della puntata successiva dell'inchiesta: il momento clou del filmato era un'intervista a Mario, un imprenditore
vittima di usurai senza scrupoli, che raccontava la sua drammatica esperienza inquadrato di spalle e con la voce alterata per evitare un riconoscimento che sarebbe stato pericoloso per la sua incolumità.

Il giorno dopo ho acquistato La Repubblica per leggere la seconda parte dell'inchiesta: sulle due pagine ad essa dedicate, accanto al racconto di temi e interviste già conosciute grazie al video, stava una grande fotografia, il cui soggetto principale era un uomo con il volto pixelato per evitarne il riconoscimento.
Avendo visto il video dell'inchiesta il giorno precedente, ho subito identificato quella foto come un frame del momento clou del filmato e ho subito riconosciuto anche il soggetto principale: si trattava del giornalista Attilio Bolzoni, che nel video appariva però a volto scoperto e senza
pixelatura.

Subito mi sono domandato il perchè di quella scelta, ovvero il perchè della decisione di rendere irriconoscibile il volto del giornalista: se infatti il problema era quello dell'incolumità di Bolzoni (in
quanto giornalista che è andato a toccare temi scottanti coinvolgendo personaggi senza scrupoli) allora non si doveva mostrarlo a volto scoperto, al mondo intero, nel video pubblicato sul sito e nel seguente dibattito in studio sempre visibile su RepubblicaTV.
Non riuscivo a capire. Poi ho letto la didascalia, che recitava:
"Accanto, Mario, imprenditore edile romano di Centocelle che racconta nel filmato il suo lungo calvario dopo aver chiesto il prestito di qualche milione di vecchie lire. (...)"
Tutto si è chiarito: quello che il giornale voleva farci credere essere Mario, in realtà era il giornalista, mentre quello che nella foto poteva sembrare un giornalista, di spalle, in realtà era Mario.
Insomma la didascalia ci fa pensare che il volto pixelato sia quello dell'imprenditore vittima degli usurai, ma chi ha visto il video dell'inchiesta sa che quello è il giornalista Attilo Bolzoni e che
Mario, l'imprenditore, è la persona ripresa di spalle.

Un'operazione in cui è difficile non pensare al dolo: qualcuno si è preso la briga di pixelare il volto del giornalista pur di far credere al lettore di essere davanti alla vittima, facendo apparire una persona per un'altra, con un lavoro a photoshop fatto apposta per il giornale.

Ho provato a pensare all'ipotesi di un impaginatore intento a proteggere un giornalista da ritorsioni, ma la mancata conoscenza di Bolzoni o del video con la sua faccia in bella mostra non sono riuscito a non considerarla una mancanza di professionalità.

Insomma un'ottima inchiesta sull'usura si è conclusa con un inganno nei confronti del lettore. Peccato.

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|| Leo Brogioni, 22:37 || link || (0) commenti || ||

26 giugno 2007

Alexandra Boulat, Brain Aneurysm

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Alexandra Boulat, Brain Aneurysm

via APhotoADay News on Jun 23, 2007

Conflict photojournalist, and founding member of VII, Alexandra Boulat suffered a ruptured brain aneurysm while working on assignment in Israel on Friday.

You can follow news on Alex's situation as it develops on the thread over at Lightstalkers

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|| Leo Brogioni, 22:54 || link || (0) commenti || ||

18 giugno 2007

In mostra "Dormitorio Carracci" fotografie di Armando Giorgini

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|| Leo Brogioni, 15:09 || link || (0) commenti || ||

15 giugno 2007

In risposta a "Reportage e senso della fotografia"

Pubblico un commento ai pezzi "Reportage e senso della fotografia" di Maurizio G. De Bonis su Cultframe e alla seguente risposta "Che cos'è mai il reportage" di Rosa Maria Puglisi su Lo Specchio Incerto. Senza aver letto le loro riflessioni è inutile andare avanti nella lettura. Fate questo sforzo.



Le riflessioni di Maurizio G. De Bonis e di Rosa Maria Puglisi partono dall'idea che il fotogiornalismo sia una forma d'arte: ma forse troppo spesso ci dimentichiamo di collocare questo genere fotografico nell'ambito che gli appartiene, ovvero nel giornalismo.

Un settore dove quello che conta principalmente non è solo la descrizione/documentazione di un evento, ma soprattutto il suo volerlo e doverlo spiegare ai lettori in modo da dare a questi ultimi gli strumenti e le informazioni necessarie per esercitare i propri diritti democratici.

Il senso delle immagini di fotogiornalismo sta tutto nella loro utilizzazione, cioè nel fatto che il loro canale di diffusione è il giornale o la rivista. Nulla di più.

Nel momento in cui si organizza una mostra si svincola l'immagine giornalistica dalla sua funzione prioritaria e naturale per porla in un altro ambito, che - gli appartenga o meno - non è il fotografo ad aver stabilito, ma chi ha gli strumenti culturali, organizzativi ed economici per farlo.

Se un'immagine giornalistica diventa opera d'arte è perchè lo hanno deciso il tempo e la storia (facendola diventare un'icona, degna di entrare a far parte di qualche collezione pubblica o privata, dopo averne legato il valore estetico a quello documentativo).

Ma tutto questo è cosa a parte dal giornalismo ed è cosa a parte dall'intento primario di chi quella foto ha realizzato.

Mi è sembrato opportuno sottolineare questa differenza.

Ed è chiaro perciò che parlare di "retorica del fotoreportage" significa dare per scontato che un fotogiornalista lavori per realizzare opere d'arte quando è impossibile che lo faccia perchè non sarà lui a decidere se le sue immagini possano esserlo.

D'altro canto nel pezzo di De Bonis leggo anche la “perfettamente confutabile frase” (uso questi termini in polemica con Rosa Maria Puglisi) "L’azione del fotografo è sempre e comunque parziale, dunque non in grado di raccontare la realtà ma solo di sezionarla e di riproporla in un quadro espressivo che attiene a una poetica individuale e non alla raffigurazione oggettiva degli eventi."

Ma non è proprio questo ciò che ci aspettiamo da un giornalista? Non è proprio questo ciò che andiamo a cercare su riviste e quotidiani da parte di giornalisti di penna, quando leggiamo i loro editoriali? E poi: chi è che decide cosa è oggettivo e cosa non lo è?

Quando leggiamo corrispondenze o articoli sempre apprezziamo chi "non è in grado di raccontare la realtà ma solo di sezionarla e di riproporla in un quadro espressivo che attiene a una poetica individuale e non alla raffigurazione oggettiva degli eventi".

E' la sensazione, l'opinione, l'emozione di chi sta sul campo a destare il nostro interesse ed a permetterci di capire qualcosa di quello che sta succedendo. Probabilmente costringendoci a leggere diversi corrispondenti o inviati, a fare una media di sensazioni, opinioni, emozioni che solo chi ha visto e vissuto può restituirci. Ed è anche questa libera varietà che ci accresce culturalmente e politicamente.

Per questo mi trovo in disaccordo anche con l'opinione di Fulvio (commento su Lo Specchio Incerto) che mette in dubbio la necessità di far sì che siano delle persone esterne ai fatti a “riportare” delle “icone fotografiche” e a far questo per “professione”. E' proprio l'indipendenza dei vari giornalisti professionisti inviati sul campo a garantire un'informazione degna di questo nome: dovrei venire a sapere cosa succede in Palestina grazie ad un militante di Hamas? O da un sostenitore di Fatah? In ogni caso sarei ben lontano dal venire a sapere come stanno effettivamente le cose. Leggerei e vedrei propaganda, invece di avere spiegazioni e strumenti di comprensione, che un giornalista, pur schierato, riuscirebbe a farmi avere grazie anche alla sua neutralità territoriale. Quello che è successo la scorsa estate in Libano, quando stringer locali sono arrivati a manipolare delle immagini per dare una versione distorta della realtà, ne è la prova.

Mi sembra una visione qualunquista anche la frase conclusiva di De Bonis: “siamo certi che il mondo del fotoreportage contemporaneo non sia vittima di un fuorviante protagonismo e non si limiti a essere la manifestazione della superficialità di fotografi che vogliono semplicemente dimostrare quanto siano coraggiosi e abili a districarsi in situazioni difficili, dunque stimabili?

Ancora una volta mi tocca chiedere: perchè prendersela sempre con i fotografi, che lavorano principalmente per soddisfare richieste editoriali? Il fotogiornalismo contiene anche delle componenti commerciali (oltre a quelle giornalistiche) che mi costringono a ricordare che dietro ai fotografi (meglio dire: sopra i fotografi) ci sono sempre delle aziende che vivono di pubblicità, e quindi ci sono delle dinamiche editoriali delle quali i fotografi sono vittime.

Ma ancora e soprattutto: da fotografo, vi garantisco che esistono metodi molto ma molto più semplici, efficaci e remunerativi per dare sfogo al proprio esibizionismo o protagonismo.

Se vogliamo dire che il fotogiornalismo è in crisi creativa diciamolo, ma facciamo riferimento alla sua componente giornalistica e alla “retorica dei mass media” prima di prendercela con chi rischia di apparire “cornuto e mazziato”.

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|| Leo Brogioni, 18:19 || link || (0) commenti || ||

14 giugno 2007

lettura portfolii | MiCamera ospita il G.R.I.N.

Ricevo e pubblico


Sabato 16 giugno il G.R.I.N . – Gruppo Redattori  Iconografici Nazionale, inaugura una serie di appuntamenti dedicati alla  lettura gratuita dei portfolii fotografici. In questa prima occasione  saranno presenti presso MiCamera Mariateresa Cerretelli (Class),  Renata Ferri (Io Donna) e Tiziana Jelo  (Grazia).
Un'occasione per avere un commento professionale sul proprio  lavoro.  

L'appuntamento  è per sabato 16 giugno dalle 14.00 alle 17.00 presso  'MiCamera – photography and lens-based arts', via Medardo Rosso, 19 -  

La partecipazione è gratuita ma   è necessario prenotare. Per info e prenotazioni: MiCamera,  tel/fax +39. 02. 4548 1569, www.micamera.com -   info@micamera.com. orari: dal mercoledì al sabato 10.00 – 13.00 16.00 – 19.00

Il G.R.I.N., Gruppo Redattori Iconografici Nazionale, è  nato nell'ottobre del 2002: una trentina di giornalisti e un numero ancor più  consistente di operatori che si occupano di immagine nelle redazioni di giornali  o di agenzie fotografiche si sono riuniti e si sono dati uno statuto allo scopo  di essere riconosciuti come gruppo di specializzazione all'interno della  Federazione Nazionale della Stampa Italiana.  
Fra le sue attività organizza e gestisce il Premio Amilcare G.  Ponchielli, dedicato al ricordo di uno dei primi photo editor italiani e  assegnato per il 2006 a Massimo Siragusa con il progetto  Italia.

Mariateresa  Cerretelli vive  e lavora a Milano. Dopo la laurea in Lingue e Letterature straniere moderne  entra nel mondo dell'editoria e si occupa di ricerca iconografica alla Rizzoli.  Giornalista professionista e photo editor di Class scrive di fotografia, arte,  costume per le testate del gruppo Class, collabora alla realizzazione di vari  progetti editoriali, brochure e libri e cura mostre d'arte. Dal maggio del 2004  è Presidente del G.R.I.N., il gruppo dei redattori e ricercatori  iconografici

Renata  Ferri inizia  nel 1991 a Milano la sua collaborazione con Contrasto come agente per i  fotografi. Nel 1994 torna a Roma, sua città natale, e assume l'incarico di  editor e redattrice di tutte le produzioni fotografiche. Molti  dei  progetti  realizzati diventano libri, mostre itineranti e videoproiezioni. Dal 2000  insegna fotografia presso la  Scuola  Romana di Fotografia; nel 2004 svolge seminari sul reportage, sulla storia della  fotografia e sull'editing  all'Istituto  Superiore di Fotografia e tiene seminari sul rapporto tra fotografia e spazio  alla facoltà di Architettura  dell'Università  "La Sapienza". Nel 2005 si trasferisce a Milano dove assume l'incarico di photo  editor di Io  Donna,  settimanale del Corriere della Sera.  

Tiziana  Jelo è  laureata in architettura e ha studiato alla Bauer con Roberta Valtorta. In  seguito ha lavorato a Sportweek, supplemento settimanale de La Gazzetta dello  Sport,  con Giovanna Calvenzi. Dal 2005 è photo editor di Grazia,  settimanale femminile Mondadori.  
|| Leo Brogioni, 18:04 || link || (0) commenti || ||

08 giugno 2007

Ma Leroy ha ragione o torto?

Pubblico come post la domanda di Cat e la mia risposta in merito alla questione Leroy (entrambi erano già leggibili nei commenti al post precedente):

Lei che dice? Leroy (ndr) Ha ragione o torto?
Vorrei saperne di più :)


Caro Cat, potrei darti una risposta diplomatica dicendo che avrei bisogno di vedere quali lavori sono stati proposti a Leroy e cavarmela con un semplice "non sono in grado di dire di più". Ma voglio aggiungere qualcosa: indubbiamente le richieste editoriali condizionano le scelte e le proposte dei fotografi (come dice lo stesso Leroy, le testate vogliono sempre più ritratti), indubbiamente i fotografi free lance potrebbero osare di più e "proporre" invece di "adeguarsi".
Ma è giusto far ricadere la stagnazione del linguaggio fotogiornalistico sempre e solo sulle spalle dei fotogiornalisti? E' giusto criticare sempre senza indicare una possibile strada da percorrere? Se si vuole scatenare una discussione (ed è impossibile che Leroy non lo voglia fare perchè è impossibile che non abbia pensato alle conseguenze di un testo così duro) perchè non fare nomi e cognomi, sia in negativo che in positivo? Grandi fotogiornalisti hanno sempre detto (e io concordo) che alle spalle di un grande fotografo c'è sempre un grande giornale. Secondo me occorre partire da questa frase - con un'operazione dialettico-matematica - e dire: se non ci sono più grandi fotogiornalisti è perchè non ci sono più grandi giornali, ovvero perchè l'editoria non consente molti margini di manovra e dunque molte possibilità di proposta. Non possiamo lasciare la responsabilità dell'innovazione nel linguaggio fotogiornalistico solo sulle spalle di fotoreporter coraggiosi o ricchi o amanti dell'azzardo che, infischiandosene dell'aspetto economico del loro lavoro, possono proporre novità invece di seguire l'onda editoriale. E' impossibile, pericoloso e rischia di diventare anti-democratico: perchè lascia la possibilità di fare buona informazione solo a coloro che se lo possono permettere. Fossi in JF Leroy andrei a cercarmeli i nuovi linguaggi, senza aspettare portfolios inviati sulla mia casella di posta elettronica. Andrei a cercare lavori e nomi ovunque, a costo di svincolarmi dalla proposta di mostre e frugando anche tra i lavori multimediali che ormai sono un must dei siti dei quotidiani statunitensi (lavori che hanno dato stimolo e linfa nuovi alla professione e all'informazione). Anche ostinarsi a proporre le "solite mostre" è noioso e insignificante. Ci sono nuovi mezzi e nuovi nomi che meritano attenzione ed è compito di chi cura un festival così importante e prestigioso farli emergere. Per cui, tornando alla tua domanda, forse Leroy ha ragione, ma le sue parole non bastano, non sono sufficienti, anzi sono gravemente insufficienti. Attendo da lui risposte oltre che domande o critiche. Risposte più concrete e soprattutto fatti, che ci si devono attendere da chi ha la direzione del più prestigioso strumento di diffusione del fotogiornalismo internazionale.

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|| Leo Brogioni, 10:26 || link || (2) commenti || ||

07 giugno 2007

Dear Portrait Photographer, Thank You For Your Submission ... [1]

Ancora su Jean Francois Leroy: lo dicevo che si finiva in un ginepraio!

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Dear Portrait Photographer, Thank You For Your Submission, You Suck... [1]

via Editorial Photographers UK by EPUK Staff on Jun 01, 2007

Photographers looking forward to Visa Pour L'Image, especially those who had submitted work for consideration, will have been happy to receive this year's preliminary press release: until they read it. For the twenty page list of exhibitions is prefaced by an editorial by Visa Director General Jean-Francois Leroy that can only be described as brutally frank.

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|| Leo Brogioni, 18:39 || link || (2) commenti || ||

Jean-François Leroy's outburst: the full text

Il testo completo in cui Jean Francois Leroy, fondatore di Visa pour l'Image, definisce "noiosi" e "insignificanti" i lavori presentati quest'anno per la selezione del Festival Internazionale di Fotogiornalismo.

Sent to you by Leo via Google Reader:

Jean-François Leroy's outburst: the full text

via Editorial Photographers UK by EPUK Staff on May 30, 2007

Here is the full text of Visa Pour l'Image's founder Jean-François Leroy, in which he describes this year's entries for the world renowned photojournalism festival as "boring" and "meaningless".

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|| Leo Brogioni, 18:37 || link || (0) commenti || ||