Reportage Bidon

di Leonardo Brogioni

Undici anni fa il settimanale Paris Match organizzò l’edizione 2009 del Grand Prix Paris Match du Photoreportage Etudiant, ovvero un concorso di fotogiornalismo per studenti, che aveva come premio un assegno di 5.000,00 Euro e la pubblicazione del lavoro sulla rivista. Dopo aver visto numerosi progetti la giuria decise di premiare un fotoreportage sulla precarietà della vita degli studenti, intitolato “Etudiants. Tendance Précaire” e realizzato da Guillaume Chauvin (all’epoca aveva 23 anni) e Rémi Hubert (allora di 22 anni), studenti dell’ESAD Ecole Supérieure des Arts Décoratifs di Strasburgo. Le immagini in bianco e nero, molto contrastate e dalle atmosfere cupi, erano accompagnate da didascalie molto esplicite che rivelavano una condizione di vita degli studenti non solo precaria ma anche difficile, per non dire degradata o drammatica. Ad esempio vi si poteva leggere la frase di uno dei soggetti del reportage che diceva: “Per poter studiare di giorno, uso il culo di notte”. Oppure altre informazioni che rivelavano una studentessa costretta a prostituirsi e un’altra a vivere in un’appartamento occupato. Materiale molto interessante per un settimanale di attualità come Paris Match. Che comunque, prima di proclamare i vincitori e — soprattutto — prima di pubblicare il servizio fotografico con le sue forti didascalie, incarica un suo giornalista di dare un colpo di telefono agli autori per avere maggiori informazioni. Questi ultimi (in un’intervista a 20minutes del 25 giugno 2009) raccontano: “ … il giornalista ci ha chiesto se la studentessa fotografata si stesse ancora prostituendo, se tutti i fatti da noi denunciati si sono svolti a Strasburgo, ma non ha approfondito la sua verifica. Siamo rimasti sorpresi che non ci abbia chiesto i nomi dei soggetti, per esempio”. Fatto sta che la redazione si ritiene soddisfatta, proclama i vincitori e pubblica il reportage.

Al momento della cerimonia di premiazione, il colpo di scena. In quello che doveva essere il loro discorso di ringraziamento, Guillaume e Rémi rivelano che il reportage fotografico è un falso. Tutto è stato messo in scena. Le didascalie inventate. In quell’occasione descrivono il loro “approccio artistico” come un “tentativo di mettere in discussione gli ingranaggi di un sistema mediatico che ha come componenti il compiacimento e il voyeurismo nella rappresentazione del disagio” (qui in un articolo su L’Obs) e “… per mostrare i codici mediatici troppo spesso usati nel fotogiornalismo, nonché per dimostrare che qualcosa di reale può tradursi in una messa in scena” (qui l’articolo su Le Figaro). Successivamente racconta Guillaume: “In alcune foto abbiamo posato anche noi, io con Rémi. Ad esempio lo studente che dorme in aula sono proprio io. (…) Abbiamo fatto un duro lavoro di ricerca per i testi e per i soggetti, ma le foto sono delle messe in scena”. Alla domanda sul perché di tale operazione, ribadisce sempre Guillaume nella già citata intervista a 20minutes: “Abbiamo deciso insieme dopo aver visto i vincitori dell’edizione 2008 del premio. Con un certo stupore abbiamo notato che bastava fotografare bambini con grandi occhi umidi in Africa o in India, oppure — nel resto del mondo — insistere sulla precarietà. I reportage erano tutti eccessivi e su situazioni di degrado o miseria. Il nostro progetto e la rivelazione finale del falso, che gli ha dato ancora più risonanza, ci ha permesso di esprimerci su una realtà attuale come la precarietà studentesca, (…) ma anche di mettere in discussione i meccanismi di produzione dell’informazione e delle immagini”. Missione compiuta direi, e più che efficacemente: certo, Paris Match ritira il premio, ma comunque decide di assegnare all’istituto ESAD i 5.000,00 Euro come “sostegno in favore di coloro dei quali si è voluto raccontare la vita”.

 

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Dodici anni dopo, cioè quest’anno, sempre in Francia, un bravo fotogiornalista norvegese Jonas Bendiksen propone un bel reportage sulla cittadina macedone di Veles, conosciuta per aver ospitato molti siti web di truffa pro-Trump nel 2016. Il libro del progetto fotografico, intitolato The Book of Veles è stato presentato a Visa pour l’Image, prestigioso festival di fotogiornalismo che si tiene annualmente a Perpignan. I contenuti giornalistici erano interessanti e approfonditi con buone immagini da un ottimo professionista.

Jonas Bendiksen ‘The Book of Veles’ film screening at Visa Pour L’image. Perpignan, France. 2021. © Jonas Bendiksen | Magnum Photos

Successivamente, il 17 settembre, l’agenzia fotografica Magnum pubblica sul suo sito un’intervista a Bendiksen in cui il fotografo rivela che gran parte del lavoro è un falso. “In breve, è diventata una notizia falsa sui produttori di notizie false. La storia di Veles come un hub di notizie false è reale. La storia della scoperta e della falsificazione di The Book of Veles è reale. Ma tutto il contenuto effettivo è falso. L’unica cosa che non viene manipolata sono le citazioni dai siti web di notizie false di Veles, che – inutile dirlo — sono per lo più ridicole e incomprensibili”, dice Jonas nell’intervista. Quello che aveva combinato Bendiksen, oltre che nell’intervista pubblicata da Magnum, lo si può leggere in un bell’articolo su France Culture: certo è stato a Veles e lì ha realizzato delle fotografie di paesaggio, inanimate, senza esseri viventi, ma poi le ha modellate in 3D e ha incorporato avatar umani generati al computer, come in un videogioco. Inoltre ha delegato a un’intelligenza artificiale la scrittura dei testi che accompagnano le immagini. Racconta lui stesso: “nessuna delle persone fotografate è reale e i testi del libro che raccoglie le foto sono stati scritti da un computer. Il sistema di intelligenza artificiale ha scritto le 5.000 parole, io ho fatto un po’ di editing e raggruppato i paragrafi, ma non ho scritto una sola parola”. Per rendere credibili le sue false foto, Jonas — con un po’ di mestiere e molta malizia — ha usato vecchi stereotipi sui paesi dell’est, dice infatti: “Nessuno ha notato nulla perché tutto corrispondeva a ciò che la gente immaginava: piccoli delinquenti che producono notizie false nell’Europa dell’Est, appartamenti grigi dell’era sovietica, ragazzi loschi che scrivono fake news, orsi per le strade, tipiche auto Lada dell’era sovietica (è ciò che si vede nelle foto post prodotte di Bendiksen. NdR).

Sono finiti i giorni in cui le persone vedevano la fotografia come l’arbitro imparziale della verità. Le persone vedono ciò che vogliono in una foto”.

E ancora: Pensavo che dopo poche settimane qualcuno avrebbe finito per dirmi qualcosa, che mi avrebbe chiesto: ‘Ci sono davvero orsi che camminano così per la città?’ Oppure che qualcuno mi avrebbe detto “i tuoi testi non hanno significato”. Ma tutto quello che ho ottenuto in cambio è stato “Wow che meraviglia, che progetto interessante!”.

Le due storie finiscono qui, le inevitabili reazioni sono solo orpelli. Ma tocca dire qualcosa e fare una riflessione. Nel 2009 l’episodio di Paris Match sottolineava il problema delle fake news e quello della verifica delle fonti (e mi raccomando ragazzi, ancora oggi verifichiamo sempre chi dice cosa, quando e dove lo dice, se qualcuno conferma, chi lo conferma e se ci sono altre versioni). Questioni che oggi sono all’ordine del giorno, non ben digerite da tutti ma siamo sulla buona strada. Insomma la storia riguardava un livello primordiale di fake news.

Nel caso di The Book of Veles il problema si è evoluto e sta nel fatto che notizie o foto false possono essere prodotte da intelligenze artificiali, le quali riescono a ben mimetizzarle nel caos generato dalla bulimia da immagini di cui tutti soffriamo. In sostanza, come dice Jonas Bendiksen, a cui lascio l’ultima parola:

Pensiamo di avere un problema con le fake news oggi, ma questo non è niente in confronto a quello che ci aspetta con la creazione di immagini artificiali e testi scritti dall’intelligenza artificiale. Voi come operatori dell’informazione e io come fotografo avremo sempre più difficoltà a determinare se un articolo è stato scritto da un giornalista del New York Times o da un computer“.

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